Benvenuti a Mafraq (preview)

Estratto dal Testo di Enrico Nardi

“Mafraq non è una città molto ospitale. Nelle guide turistiche è definita come una “polverosa e congestionata città di frontiera”. Non ha niente da offrire al viaggiatore: si segnala una bianca moschea e un discreto ristorante yemenita dove si mangia con le mani.

Mafraq non è una città molto ospitale, è vero, è caldissima e ci sono pochi alberi per prendere un po’ di fresco. Eppure, questo caldo infernale è stata la salvezza per molti dei siriani scappati dall’inferno della guerra.

La città si trova a poco più di 15 chilometri dal confine con la Siria, vicino di casa nel pieno di un conflitto senza una fine apparente; e si trova a 12 km dal campo profughi di Zaatari, un immenso accampamento nel deserto con ottantamila abitanti.

La Giordania, però, è un paese ospitale. L’accoglienza è una tradizione: questo piccolo regno, dal secondo dopoguerra, è diventato un’oasi dove assetarsi e stabilirsi. Lo sanno bene i profughi palestinesi, ma anche quelli egiziani, o quelli iracheni. E lo sanno bene anche le centinaia di migliaia di siriani che, dal 2011, sono dovuti scappare da una guerra folle, da un bombardamento continuo e cieco. “Ringraziamo la Giordania”, dice Yahia, che dal 2013 vive a Mafraq. “I vicini giordani sono brave persone”, commenta Abdelatif; anche lui da 4 anni vive in città. Zaatari, nei primi anni del conflitto siriano, era appena più vivibile delle città bombardate da cui i profughi erano stati costretti a fuggire. Le condizioni di vita nel campo erano disastrose, stavano tutti ammucchiati in grandi tende o in bungalow; c’era pochissima acqua e altrettanto cibo, i bambini si ammalavano e nessuno poteva curarli.

Allora in molti hanno scelto un’altra fuga, questa volta verso la “polverosa” città di frontiera, dove sono riusciti a trovare un’abitazione – anche se diroccata e fatiscente, pur sempre una casa.

Prima che lo Stato giordano, aiutato dalle associazioni umanitarie, attivasse la sua rete di aiuti, i profughi sono stati aiutati dai vicini di casa, che davano loro da mangiare, oppure medicine, oppure pannolini per i neonati. “Sono simili a noi, li rispettiamo”, commenta Ibrahim, che vive in un monolocale cadente con un tombino dentro i muri.”

Il reportage ha tentato, attraverso le loro testimonianze, di scoprire com’è la vita da rifugiati, se è possibile adattarsi alla nuova realtà di una città sconosciuta; e di rispondere anche ad alcune domande sul futuro: quando finirà il conflitto in Siria? Ci sono speranze di tornare in patria?

 

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Vista di Mafraq da una finestra della casa di Sali

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Figlia di Yahia. Yahia 39 anni, vive insieme ai suoi cinque figli; la moglie è in attesa del sesto

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Nipote di Yaha in salotto

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Abdelatif viene da Homs, dove lavorava come tassista; adesso una malattia gli impedisce di lavorare

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Strada di Mafraq

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Figlia di Abdelatif mentre riposa

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Pannolini e vestiti donati dai vicini di casa per Kalihli, il figlio di Ibrahim

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Ojeba e Sherfa, figlie di Fatima, insieme alla cognata e al nipote

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Fatima è arrivata nel 2013 dal Golan; nella guerra ha perso 3 figli e il marito

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Il confine con la Siria, oggi completamente chiuso

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Sali con i suoi quattro figli; vengono da Bab Omar, quartiere di Homs raso quasi completamente al suolo

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Salah, il figlio più piccolo di Sali, cammina nel salotto di casa

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Fratello maggiore di Salah

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Cucina della tenda di Hassna

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Famiglia di Hassna; da quattro anni vivono in una tenda nella periferia di Mafraq

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Interno della tenda dove vive Hassna con altre sedici persone; si intravede il simbolo dell’UNHCR, l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati

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Muna. “Quando l’acchiappa zanzare fa bum”, dice Suad, madre di Muna, “i bambini si spaventano, pensano che sia una bomba”

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Cucina di Amal

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Husaam in Siria era proprietario di una grande panetteria; ha riaperto l’attività a Mafraq, lavora insieme ai due figli più giovani

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Ahmed insieme alla famiglia. Ahmed lavorava in una fabbrica statale di tessuti; è dovuto scappare da Damasco quando ha trovato in un deposito alcune armi chimiche del governo siriano

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